Quattro chiacchiere con Fabrizio Intrieri, project manager di ESSE I

Quattro chiacchiere con Fabrizio Intrieri, project manager di ESSE I

 

Dopo l’intervista al CEO Massimiliano Aiello e al suo braccio destro Antonio Martino, oggi è la volta del “braccio sinistro” di ESSE I, il project manager Fabrizio Intrieri.

Per chi si chiedesse cos'è un project manager in ambito digitale, ecco un breve ripasso:

Un Digital Project Manager (DPM) è responsabile della pianificazione, dell'esecuzione e del completamento di progetti digitali. Questi progetti possono riguardare lo sviluppo di siti web, applicazioni mobile, implementazione di sistemi software e altro ancora.

Ne è nata una chiacchierata (anche in questo caso moderata dal responsabile marketing Leo Cascio) piacevole e interessantissima, perché svela un aspetto molto particolare del nostro concetto di “armonia”, valore che col nostro payoff “harmony, not just bits” (che spieghiamo qui) qualche mese fa abbiamo iniziato a raccontare per farci conoscere meglio. E non più solo come professionisti del digital ma anche come persone.

Quando parliamo di armonia in ESSE I ci riferiamo soprattutto all’armonia del team, a quell’ambiente unito che contraddistingue il nostro modo di lavorare e di confrontarci con i nostri stakeholder, in particolare con i nostri clienti.

Ma non si creda, ed è un luogo comune piuttosto diffuso, che armonia significhi andare sempre d’accordo, che a ESSE I non si litighi mai, che qui da noi si viva un pensiero unico e sdolcinato dettato da un boss che decide tutto.

No, in realtà il nostro è un ambiente democratico e vivace dove gli scontri esistono, dove non è tutto “perfetto” come qualche competitor vorrebbe lasciar intendere descrivendo la propria azienda, dove la leadership è vera perché orientata al fluire libero delle idee. Anche diverse e opposte. Con la conseguenza che a volte anche da noi si litiga.

Ad ogni modo, avendo deciso – come dicevamo – di mostrarci da qualche tempo qui sul blog e sui nostri social anche come persone, abbiamo capito che non possiamo essere davvero credibili se non diciamo la verità, se non siamo del tutto onesti e trasparenti anche all’esterno.

Insomma, in questo articolo lo ammettiamo apertamente: malgrando il nostro payoff possa lasciare intendere altro, anche noi litighiamo, e pure animatamente. Qui non è sempre tutto rose e fiori!

Questa intervista cade proprio a fagiolo perché rivela una verità di cui non ci vergogniamo, che vede non rare volte Max, il nostro CEO, e Fabrizio scontrarsi e litigare.

Ma lasciamoci raccontare come leggendo le parole del project manager di ESSE I.

 

 

Leo: Ciao Fabrizio e grazie per il tuo tempo. Qual è il tuo ruolo in ESSE I?

Fabrizio: Ciao Leo, grazie a te. Sono il responsabile dei progetti con particolare focus sull’ambiente Delphi.

L: Scusa l’ignoranza, cosa si intende per area Delphi?

F: Delphi è un linguaggio di programmazione e per area Delphi si intende tutto ciò che viene sviluppato con questa tecnologia. È un ambiente di sviluppo multipiattaforma ottimo per sistemi Mac iOS e Android. È stato introdotto da Borland nel 1995 ed è diventato noto per la sua facilità d'uso e la rapidità di sviluppo. Delphi offre un framework di sviluppo visuale che consente agli sviluppatori di creare applicazioni anche per Windows.

L: Un framework come Visual Studio?

F: Se ci riferiamo agli obiettivi sì, anche se ci sono molte differenze. Personalmente lo preferisco: per me Delphi è più lineare rispetto a Visual Studio. Ma sono “mondi” diversi. Max e Antonio, ad esempio, preferiscono lavorare con la linea di prodotti Microsoft. Io in ESSE I rappresento invece un’altra campana. In pratica, in fatto di framework di programmazione ho una visione diversa e sulla quale ogni tanto cozziamo, ma so bene che dipende anche molto dal tipo di progetto da sviluppare e seguire, dagli obiettivi. Le nostre visioni diverse sull’argomento sono comunque arricchenti per il nostro team.

L: Interessante. Sulle differenze in ESSE I, e anche sul concetto di armonia, tornerò alla fine della nostra chiacchierata. Secondo me merita un approfondimento.

Prima però voglio dirti che tra i tanti linguaggi che citi nel tuo LinkedIn mi ha colpito in particolare Pascal, un noto linguaggio educativo che mi ha fatto ricordare i tempi del liceo e dell’università. E devo dire che mi è piaciuto molto.

F: Leo, “linguaggio educativo” lo dici ai programmatori Microsoft, se lo dici a me ti mando aff… a quel paese! Pascal è il padre del Delphi. Delphi è l’evoluzione del Pascal (Object Pascal). Ti aveva già avvisato Max del mio linguaggio? :)

L: Non lo dico con tono offensivo, ci mancherebbe! Riconosco quanto fosse potente e lineare quel linguaggio. Un linguaggio di tutto rispetto…

F: Ecco, bravo. Pascal ce lo facevano studiare all’epoca anche perché era il linguaggio più evoluto del momento, ma in realtà lo è sempre stato anche dopo, con la differenza che è cambiata la metodologia di insegnamento e questa ha portato a preferire Visual Studio e gli ambienti Java. Comunque Pascal è qualcosa che ancora oggi traccia la strada.

L: Me lo ricordo. Era un linguaggio veramente bello perché ti faceva ragionare da programmatore, sfruttando ad esempio le varie funzioni personalizzabili. Per dire, prima di impararlo, programmavo col Basic del Commodore 64 che era divertente ma molto limitato, infatti non aveva le funzioni, per fare i cicli c’era “GOTO”, che era una cosa imbarazzante col senno di poi! Quindi capisco, la differenza è enorme, Pascal, con le sue subroutine, era un altro mondo, era la vera programmazione.

Comunque, tornando a ESSE I, so che sei anche un analista in ambito UML. Una metodologia di design se non ricordo male…

F: È una metodologia di progettazione, esatto. Sta per Unified Modeling Language ed è un linguaggio di modellazione standardizzato utilizzato per visualizzare, specificare, costruire e documentare i sistemi software. È ampiamente utilizzato nel processo di sviluppo del software per creare modelli visivi che rappresentano concetti e relazioni nel sistema.

L: So che ESSE I utilizza Agile (un approccio allo sviluppo del software basato su principi come la collaborazione tra team, la risposta rapida ai cambiamenti e la consegna incrementale del prodotto) e Scrum (un framework leggero di sviluppo Agile che si concentra sulla gestione del progetto in modo iterativo e incrementale). Tu quindi usi UML? Anche, per esempio, per la user experience delle interfacce?

F: Anche, ma soprattutto per strutturare il lavoro, ma in ESSE I solo in ambito Delphi. Ma dipende anche dai progetti. Progetti piccoli di solito non lo richiedono, progetti più grandi come quelli che ultimamente stiamo sviluppando sì. In generale, dipende dall’ampiezza del progetto, dai tempi di sviluppo, dal budget della commessa anche. E dalle persone che occorre coordinare. Se un progetto richiede solo due persone, ad esempio una per l’interfaccia e una per il codice, per un tempo breve e definito, sai già che non servirà utilizzare questa metodologia. Quando il progetto è invece grande allora ha molto senso, in quanto a quel punto può esserci una complessità ridondante da gestire.

L: E se il progetto, anche se piccolo, è scalabile o lo sarà in futuro?

F: Certo, diciamo che se occorre sviluppare un progetto piccolo ma scalabile la metodologia UML ci può stare. Se può ingrandirsi è scalabile, quindi bisognerà “pensare prima” alla possibile evoluzione nel tempo.

L: Occupandoti di Delphi immagino che la risposta sarà negativa, ma ci provo lo stesso visto che è un argomento in trend. Cosa ne pensi di .NET 8, il nuovo arrivato in casa Microsoft di cui ultimamente abbiamo parlato molto sul blog e sui social? In ogni caso lo scaricherai e userai?

F: No, ancora non l’ho provato, ma dovrò farlo in ambito manutenzione. Però, come dicevo, sono “area Delphi” proprio in contrapposizione alla metodologia .NET, non amo progettare in quell’ambiente.

L: Ormai so bene che preferisci lavorare con Delphi, e penso anche che tu ne abbia i tuoi buoni motivi. Come, d’altronde, altri nel team che utilizzano le soluzioni Microsoft hanno i loro. Ma magari preferiscono un ambiente piuttosto che un altro anche per una questione di abitudine…

F: Sì, ma anche per una questione di metodologia e mentalità. Con Delphi fare le cose, dal mio punto di vista, è più facile e veloce.

L: Ripeto che per me il tuo è un punto di vista che ci sta. Max mi aveva accennato al fatto che avevate dei modi di pensare e approcciarvi al software diversi, non mi sorprende. D’altronde, credo che in qualsiasi ambiente, quindi anche in una software house come ESSE I, sia giusto essere diversi e avere punti di vista diversi. In ogni caso, se uno è un seguace di Microsoft e utilizza Microsoft penso che debba aprirsi e utilizzare anche Delphi, ma anche viceversa.

F: Esatto, infatti anch’io utilizzo Microsoft anche se più limitatamente. Insomma, ci stanno i nostri punti di vista diversi.

L: Be’, non dico che uno strumento vale l’altro, ma che conta soprattutto chi lo maneggia e come lo maneggia. Conta il risultato finale e gli obiettivi. Su quelli in ESSE I non credo ci siano differenze.

Senti, sempre a proposito di Max, vuoi raccontarci come lo hai conosciuto? Nonostante le “differenze di coding”, cosa ti ha portato da lui?

F: Già, siamo diversi ma ci legano valori comuni. Max l’ho conosciuto ben prima che fondasse ESSE I, quando era ancora dipendente di un’altra azienda. Eravamo amici e collaboravamo occasionalmente. Quando ha fondato ESSE I mi ha chiesto di diventare uno dei suoi principali collaboratori. Diciamo che la collaborazione è sempre stata costante su diversi progetti. Quando potevo dargli una mano, gli ho dato una mano e lui ha fatto lo stesso con me. Ci siamo sempre aiutati. Qualche tempo dopo aver avviato ESSE I, c’è stata l’occasione da parte sua di aiutarmi a distribuire un pacchetto che avevo sviluppato. Così sono entrato in ESSE I, dove ho avuto modo di continuare a curare quel pacchetto e a collabore in modo più continuantivo anche su altri progetti.

L: Ma, a parte il motivo prettamente professionale, secondo te cosa ti lega a lui? C’è una motivazione più profonda che ti porta a collaborare con Max? Ci sono dei valori che tu gli riconosci, per esempio?

F: Sì, assolutamente. Le nostre diversità danno luogo a litigi “biblici” che però sono propedeutici ai risultati. Inoltre, c’è sempre rispetto reciproco – e credo che sia questo uno dei suoi valori principali, il grande rispetto e l’apertura mentale per chi non la pensa come lui – che è il nostro modo di vivere l’amicizia che ci lega. Se i nostri battibecchi vengono visti dai colleghi addirittura come “brutali”, in realtà per noi sono perfettamente normali. Dopo tanto parlare alla fine una volta cedo io, un’altra volta lui. Ma ciò che conta è che il risultato finale sul lavoro sia migliore. Ed è ciò che accade.

L: “Litigi armonici”. Li chiamerò così! :)

F: Ahahah! Bella questa. Sì, punti di vista diversi che però alla fine trovano modo di conciliarsi “nel senso comune”. Le nostre carenze comunque ci stimolano sempre a metterci in discussione, a migliorarci e a produrre al meglio.

L: Bravi, dovrebbe essere così, nella vita privata come nel lavoro. La comunicazione è anche scontro, è uno scambio di idee che a volte è veemente. Ma non cozza in alcun modo con l’idea di armonia di ESSE I. Armonia non è sinonimo di pace e perfezione, ma si riferisce ai valori, allo scopo. Se ci sono quelli, e sono comuni, litigare non è un problema perché passa subito, senza strascichi di alcun tipo. E ciò che resta è valore autentico. Litigare può servire a cambiare, a evolversi, a migliorare.

F: Esattamente. Ed è ciò che, credo, stia avvenendo qui, a ESSE I. Grazie dell’opportunità.

L: Grazie a te.

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